Il mio Erasmus in Norvegia

La vita mi sorrideva… Il sole era sempre basso sul tramonto con colori enormi di una sera d’autunno, l’odore dell’erba sempre verde, sempre rada, mi cullava con felicità sulla mia fedele bicicletta nel quotidiano percorso verso l’università. Ad ogni pedalata era associata un’emozione impressa in me pronta a dolere ad una curva come una cicatrice di un soldato, pronta a sorridermi in un’altra. Continuavo a guardare avanti e non mi importava quanto fossi bravo o intelligente. Ero solamente ostinato ed illuso è chi la pensa diversamente,  l’unica cosa che potevo fare era andare avanti ciecamente il più a lungo potessi.

I sogni però, possono finire in un incubo senza il minimo preavviso, il sole aveva quindi concluso il suo quotidiano cammino e l’oscurità, la notte, e le nuvole si facevano largo nel cielo azzurro come in un tetro presagio; lo spettacolo di rivedere il mio passato non mi piacque fin dall’inizio, anche se mi avevano dato un posto in prima fila. Continuavo a pedalare. Non volendo confrontarmi con il passato tenni gli occhi sulla strada, lontano dalla mia storia, e vicino a tutti i pensieri di questa incredibile esperienza. All’inizio la città  sembrava un mostro senz’anima coperto da una gelida oscurità, cadeva un mare di pioggia e piovevano  proiettili  d’acqua  come se il cielo volesse vendicarsi della terra. Ma ad ogni curva tornavo a fantasticare, e i pensieri diventavano sempre più sogni ad occhi aperti, sempre più con lieto fine; d’improvviso, le luci della città scintillavano sotto la pioggia come diamanti su velluto nero.

Non avevo mai apprezzato la pioggia così tanto, non avevo mai visto la vita sotto questo aspetto, la felicità mi aveva preso sotto braccio e mi stava sussurrando all’orecchio tutti i suoi segreti. Mi resi conto che i pensieri erano in realtà esperienze di un film in cui c’era un solo protagonista, ma che in maniera tutt’altro che fatalista ero in ogni momento capace di scegliere quale direzione prendere. La pelle mi iniziava a profumare di pioggia, di quella pulita artica, mentre ero da solo su quella strada iniziai a capire che le esperienze che egoisticamente avevo etichettato come mie, erano firmate da altre persone di tutto  il mondo. Capii che il contatto che avevo avuto con persone distanti migliaia di chilometri da me aveva influenzato la mia vita.  Capii che concetti come amicizia e amore  erano a priori e non dipendenti dalla lingua, è tutto  dentro di noi, intrinseco, ben definito, e ciò che provi non è esprimibile con un discorso o un linguaggio. Mi resi conto di quanto complessamente bella è la mente umana, di come la differenza tra avere un amico o nessuno sia infinita, di come il vero segreto della felicità sia il cambiare, o l’affrontare le stesse esperienze  in maniera diversa, di come non sia reale questa esperienza se non condivisa.

D’improvviso qualcosa di altrettanto forte colpì la mia mente, penetrante con il suo subdolo messaggio oscuro come un proiettile nel cuore. Il profumo di lei sentii forte come una droga  e mi paralizzò la testa, privandomi di manifestare sentimenti come stupore, rabbia, orgoglio, ma fece spazio piano piano alla piacevole razionale sensazione di controllo, e capii che innamorarsi di una ragazza che non parla la tua lingua non era affatto un cliché abbastanza comune. Ma chi ero io per poter dire questo? Uno spietato vagabondo solitario soverchiato dalla lapide della ricerca della felicità.  Ma tutto infine era soggettivo, come anche l’apocalisse  e la fine del mondo sono personali, capisci che niente è più un cliché quando capita proprio a te.

L’ultima  sensazione fu un presagio. Mi  sentii  perso, era orribile perché sapevo la strada  ed ero su quella giusta.  In agguato nel  labirinto  non c’era nessun Minotauro,  ma ero consapevole che in qualche parte sul ponte del suo vascello, aspettava il capitano del Caronte, impassibile come il  famoso traghettatore dello Stige.  La notte aveva iniziato a tremare dal freddo, le luci della città cominciavano a oscillare nervosamente ed ad ogni loro chiarore la luce attraverso la pioggia risplendeva quell’attimo bianca prima che l’oscurità la inglobasse di nuovo, non avevo assi nella manica e la mia dose di razionalità era finita.

Come quando ti svegli da un sogno e ciò che era logico nella realtà diventa insensato, capii che ero tornato a casa, non ero più in erasmus; avevo mantenuto tutte le stesse abitudini come l’andare in bicicletta che non facevano altro che portarmi con la mente lassù a Trondheim, per far sì di aiutarla ad accostarsi il più possibile a quelle situazioni che provai e che mi descrivevano come il ritratto della felicità.

Allentai la presa sul manubrio, l’ultima  curva fu come un punto esclamativo conclusivo di ciò che era successo, strinsi le dita sul freno, era tutto  finito.



(Ho scritto questo resoconto erasmus per un concorso che letterario, lapalissianamente ispirato al videogioco noir “Max Payne”)